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Esselunga contro Coca - cola, storia della denuncia e della vittoria
di esselunga all'Antitrust,
overossia di come Davide abbia potuto battere Golia.
Sono
passati tanti anni ma sicuramente alcuni degli addetti ai lavori si
ricordano la denuncia di Esselunga nei confronti della multinazionale
di Atlanta, la sua condanna per abuso di posizione dominante ed il relativo
pagamento di una multa di 30,6 miliardi di lire.
Prima di passare alla narrazione dei fatti bisogna fare una piccola
premessa fondamentale per capire l’intera vicenda: nella GD esistono
vari livelli di margine.
Le vendite meno il costo del venduto danno il primo margine (o margine
lordo).
A quest’ultimo si sommano poi i contributi promozionali che danno
un secondo margine o margine lordo rettificato.
Facendo un esempio ipotetico, se le vendite sono pari a 1'000 e il costo
del venduto è pari a 800 il primo margine risulterà pari
a 200 (1'000 – 800).
Se i contributi dei fornitori sono pari a 100 il margine lordo rettificato
sarà pari a 300 (primo margine pari a 200 + contributi pari a
100).
Queste erano, più o meno, le proporzioni realistiche tra vendite
e margini tra questi ultimi e i contributi, in Esselunga all’inizio
degli anni 2000 . A tal proposito vedi anche la mia premessa de“l’Avventura
del biologico” , a cura del dottor Gaetano Puglisi, su questo
stesso sito: i contributi dei fornitori - i dati sono tratti
dai bilanci - erano passati da 19 mio. di € a 349,2 mio. di €
in 7 anni (con un’incidenza dell’ 1% sul fatturato nel 1996,
anno in cui diventavo direttore commerciale di Esselunga,
fino all’8,8 % del 2003), grazie anche alla centrale
ESD.
Nell'ottenimento di questi contributi Esselunga non era stata favorita
dal suo isolamento.
Basti pensare che al momento della creazione di ESD, nel 2001, la stessa
aveva scoperto discriminazioni dei fornitori a favore di Selex (ex A&O,
partner di Esselunga in ESD) nell’ordine dei 55 miliardi. Con
la fondazione della Centrale, di cui io ero cofondatore e presidente,
quei soldi erano stati recuperati e i contributi erano saliti di anno
in anno.
I contributi promozionali, che facevano nella realtà parte del
listino del fornitore al distributore, costituivano un’arma a
doppio taglio: il distributore, a scaffale (primo margine), di solito
perdeva soldi vendendo sotto costo prodotti di marca. Questo primo margine
negativo veniva in parte controbilanciato dai contributi promozionali
(secondo margine). L’ industria di marca chiedeva, a fronte di
questi soldi, delle contropartite (es.: degli spazi promozionali, delle
operazioni di marketing, etc.). La GD era quindi ricattabile (“
O mi dai degli spazi preferenziali oppure non ti do i soldi e vendi
i miei prodotti sotto costo”).
In questo contesto, a giugno 1998 l’Autorità Antitrust
italiana , su denuncia della Pepsi Cola, aveva aperto un’istruttoria
contro Coca- Cola per abuso di posizione dominante.
Nell’autunno 1998 la direzione commerciale di Coca- Cola si presentò
da noi, in Esselunga (io ero direttore commerciale e il dottor Puglisi
dirigeva gli acquisti della drogheria) con proposte che miravano ad
occupare gli spazi dei concorrenti diretti: i contributi, superiori
ai 11 miliardi, ci sarebbero stati erogati se avessimo, ad esempio,
aumentato gli spazi occupati dal marchio Fanta – di proprietà
di Coca – Cola- del 25%. Ciò significava dover penalizzare
l’aranciata San Pellegrino. Questa logica veniva proposta anche
nel segmento delle cole, dove Coca- Cola mirava a estromettere Pepsi
dagli scaffali della GD (*).
I funzionari di Coca – Cola volevano inoltre piazzare le loro
frigo vetrine un po’ ovunque o controllare i riordini e quindi
gli stock dei loro prodotti nei supermercati Esselunga.
Va spiegato che all’epoca il 99% dei fornitori, in drogheria consegnava
ai due magazzini di Esselunga, e Coca – Cola rappresentava una
delle poche eccezioni. Coca- Cola fino a quel momento, aveva ritirato
e riconsegnato gli ordini nei punti di vendita e pretendeva continuare
con questo metodo dove spesso riusciva a stockare più merce del
dovuto, facendo leva sulla paura dei direttori dei negozi Esselunga
di perdere vendite di Coca- Cola, un prodotto decisamente indispensabile
per qualsiasi catena della GD.
Obbligammo quindi Coca- Cola a venire a consegnare al nostro magazzino
di Limito e a quello dell’Osmannoro ma rimaneva aperta la questione
dei contributi: o cedevamo al ricatto o ci aggregavamo alla denuncia
di Pepsi.
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(*) Coca- Cola lo aveva anche scritto, lasciando questo obiettivo
nei files che vennero rinvenuti nel proprio server durante le perquisizioni
ordinate dall’Antitrust. Questo elemento eclatante venne fatto
presente durante l’udienza presieduta da Tesauro e sicuramente
contribuì alla sua condanna. Di solito le aziende con una quota
di mercato così rilevante - nell’ordine dell’80 %
- erano più discrete e tendevano a scrivere il meno possibile:
ricordo che Gillette comunicava con noi solo oralmente.
A questo punto, il dottor Puglisi, l’avvocato Piero Pellegatta
ed io ci recammo dall’avvocato Frignani, specialista in questioni
legate all’Antitrust, a Torino.
Quest’ultimo aveva già seguito l’istruttoria sugli
sconti dei libri (Esselunga, attraverso Federdistribuzione, contro gli
editori, capitanati dalla Mondadori, Mach 2 e Associazione Librai Italiani)
risoltasi con successo nel 1995 davanti all’Antitrust presieduta
allora da Giuliano Amato.
La riunione fu breve, ad un certo punto chiesi a Frignani quante probabilità
avremmo avuto di vincere se avessimo denunciato Coca- Cola. L’avvocato
mi rispose: “il 50%”. Decisi di procedere e a fine novembre
del 1998 denunciammo Coca- Cola.
Quando il 6 gennaio 1999 “The Wall Street Journal Europe”
nella rassegna stampa sottostante scrisse
che Esselunga si era aggregata a Pepsi nell’istruttoria contro
Coca – Cola anche mio padre diede segni di soddisfazione.
Eliminammo metà dell’assortimento di Coca – Cola,
rinunciammo ai contributi e cominciammo a comprare Coca- Cola sul mercato
parallelo, prevalentemente in Spagna, dove la bevanda costava di meno.
C’è da dire che Coca- Cola aveva fatto le cose “perbene”,
legando diversi grossisti con delle condizioni di esclusiva che tendevano
ad eliminare Pepsi dal mercato e ad aumentare i propri fatturati. La
Coca- Cola si trovava quindi un po’ dappertutto a dei prezzi molto
competitivi (vedi articolo di GDO Week del 15 marzo 1999 nella
rassegna stampa sottostante).
Questo fatto ci permetteva di recuperare parte della marginalità
e dei contributi persi con la rottura del contratto con Coca-Cola.
Tutta la difesa di Coca- Cola davanti all’Autorità Garante
della Concorrenza e del Mercato ruotava sull’assunto che il mercato
rilevante non era quello delle cole consisteva nel mercato delle bevande
in generale (comprendendo, ad esempio, l’acqua minerale). In questo
modo Coca- Cola sperava di “annacquare” la propria quota
di mercato e non risultare dominante.
Fummo favoriti nel nostro attacco dal fatto che il 1999 fù un
annus horribilis per Coca – Cola che, tra le tante cose,
si ritrovò a dover ritirare 2 milioni di bottiglie in Belgio
dove aveva intossicato 31 liceali. L’evento fu paragonato alla
crisi del pollo alla diossina e arrivò sul tavolo del G8 presieduto
da Chirac e da Clinton.
Tutta un’altra serie di traversie sui mercati internazionali fecero
sì che “The Economist” il 24 aprile 1999, bollasse
Doug Ivester, il ceo di Coca – Cola come “arrogant”
(vedi rassegna stampa sottostante).
Giuseppe Tesauro, allora presidente dell’Autorità Garante,
ad agosto inviava una lettera di addebiti che confermava l’abuso
di posizione dominante: Coca – Cola rischiava una multa pari al
10% del suo fatturato (150 miliardi di allora) se non avesse mutato
il suo comportamento. Ma il colosso di Atlanta che era già stato
inquisito e diffidato per le stesse pratiche nel lontano 1989 non avrebbe
mutato politica e atteggiamenti.
Infatti quell’estate aveva già lanciato una campagna molto
forte di PR che mirava a tentare di lenire i danni di immagine di una
possibile condanna. Parecchi giornalisti italiani furono invitati con
tutta la famiglia in vacanza negli Stati Uniti. Molti accettarono. Alcuni
lo dichiararono anche pubblicamente. Ma l’offensiva di Coca –
Cola investì, con successo, anche l’Europa e gli Stati
Uniti. Da protagonista posso raccontare alcuni episodi molto interessanti:
1) il 14 agosto 1999 venni contattato da Deborah Ball del “The
Wall Street Journal” per un’intervista. Internamente ebbi
l’”autorizzazione” di procedere solo a novembre. A
quel punto la signora Ball mi fece l’intervista ma il 7 dicembre
1999, giorno in cui Coca- Cola venne definitivamente condannata a pagare
la multa di 30,6 miliardi di lire comminata dall’Antitrust, il
quotidiano non solo si rifiutò di pubblicarla ma non fece apparire
neanche un trafiletto sulla vicenda e sparì definitivamente dai
miei orizzonti.
2) la prestigiosa rivista francese LSA (“Libre Service Alimentaire”)
non solo non diede alcuno spazio alla notizia della condanna di Coca-Cola,
di cui non poteva non essere a conoscenza, ma decise di ospitare pubblicità
della bevanda di Atlanta in copertina nei primi mesi del 2000.
Diciamo pure che la stampa italiana ed estera passò questa sentenza
sotto silenzio.
Coca- Cola quell’anno decise di ricorrere al Tar del Lazio. Il
Tar confermò la condanna nel 2001. Non contenta delle continue
sconfitte, ricorse anche al Consiglio di Stato che respinse la sua istanza.
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Nel frattempo, ad Atlanta, Ivester venne sostituito da Douglas Daft
che cercò di istillare un pò di umiltà ai suoi
manager. Daft, al contrario di Ivester, pensò bene di istaurare
dei buoni rapporti con i vari clienti a cui Coca- Cola aveva pestato
i piedi e, nell’estate del 2001, volle conoscermi. Era una persona
decisamente piacevole e ragionevole e i rapporti, tra Coca - Cola ed
Esselunga, nel tempo, migliorarono decisamente.
A
tal proposito è divertente notare nella lettera sottostante,
che se il lupo aveva perso un po' del suo pelo il vizio delle PR insistenti,
condite di bei regali, gli era rimasto.
Douglas Daft si ritirò poco tempo dopo e vari top manager ad
Atlanta si alternarono sulla poltrona di ceo. Pur non lavorando più
in Esselunga da quasi 6 anni, anche quest’anno ho ricevuto i loro
auguri di Natale.
Giuseppe
Caprotti
RASSEGNA
STAMPA
| THE
WALL STREET JOURNAL |
6
gennaio 1999 |
 |
| GDO
WEEK |
15
marzo 1999 |
 |
| CORRIERE |
12
aprile 1999 |
 |
| THE
ECONOMIST |
24
aprile 1999 |
 |
| REPUBBLICA |
18
giugno 1999 |
 |
| IL
SOLE 24 ORE |
22
luglio 1999 |
 |
| PANORAMA |
26
luglio 1999 |
 |
| IL
SOLE 24 ORE |
13
Agosto 1999 |
 |
| MARK
UP |
gennaio
2001 |
 |
|