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Discorso
di Giuseppe Caprotti alla conferenza tenutasi all’inaugurazione
della mostra sugli archivi Airoldi/Caprotti il 14 aprile 2007.
Credo
che il mio primo dovere consista nello spiegare come siamo arrivati
alla costruzione di questa mostra e nel contempo ringraziare tutte le
persone che vi hanno collaborato.
Bisogna cominciare dall’archivio Caprotti il cui riordino gestito
negli anni ’70 dalla signora Castelletti su commissione di mio
padre è poi culminato nel libro sulla famiglia redatto dal prof.
Romano dell’ Università degli studi di Milano e pubblicato
nel 1980 da Franco Angeli.
Per quanto riguarda invece l’archivio Airoldi vorrei ringraziare
mio zio Guido che me ne ha lasciato una parte in villa S. Valerio.
Ringrazio mio figlio Tommaso che lo ha riscoperto e se ne è entusiasmato.
Ringrazio inoltre mio padre che mi ha donato gli archivi Airoldi in
suo possesso, gli archivi dei Caprotti e della Manifattura.
Il percorso di riordino dei documenti degli Airoldi è iniziato
4 anni fa quando il dott. Battistoni è stato così gentile
da contattare e portare ad Albiate il professor Capra il quale ha confermato
il grande interesse storico dei documenti riguardanti gli Airoldi.
A questo punto è subentrato l’architetto Albani la quale
ha eseguito il primo riordino nonché l’analisi stratigrafica
della villa presente sul sito.
Poi, man mano, attraverso l’Università degli Studi di Milano
(la Statale) tutte le persone citate nell’invito.
Voglio anche ringraziare l’architetto Sebastiano Muzio che e sta
aiutando mia moglie e me nelle piccole trasformazioni della villa.
L’idea della mostra è nata 2 anni fa e non è stata
voluta, come c’è scritto nel sito, da Giuseppe Caprotti
ma dal medesimo e dal dottor Filippo Viganò, sindaco di Albiate,
al quale dico pubblicamente, l’avevo già fatto privatamente,
:
“se tutti gli uomini politici italiani fossero come Lei l’Italia
sarebbe un paese decisamente migliore”.
Colgo l’occasione anche per ringraziare l’Assessore provinciale
all’ Attuazione della Provincia di Monza e Brianza, dottor Pietro
Luigi Ponti, per aver accettato il nostro invito e per essere stato
oggi con noi.
Finita la cronistoria della gestione degli archivi e la genesi della
mostra vorrei darvi un messaggio.
Francesco Alberoni in un Suo pezzo del 26 febbraio 2007, in prima pagina
del Corriere della Sera, ha scritto: “POCA CULTURA E LA CREATIVITA’
DI UN PAESE SVANISCE”.
Personalmente considero la creatività come la prima risorsa economica
dell’Italia.
Comunque il professore, riferendosi alle elites, afferma che “chi
non sa leggere libri di storia e filosofia non saprà mai scrivere.
E nemmeno fare un progetto perché non saprà pensare in
grande e in modo logico e sistematico”.
Fin qui ho sintetizzato e citato Alberoni che parla di storia, arte,
lingua ed economia.
Aggiungerei personalmente alla cultura l’amore del bello in generale.
In questa zona c’è ancora un po’ di natura, bella,
di tutti.
Sono appena tornato da New York e quello che mi ha sorpreso non è
tanto che i grandi capitalisti, i Rockefeller, i Frick, i Mellon, i
Chrysler siano stati dei grandi uomini d’affari e dei mecenati
ma che alla cultura del bello, alla gestione dei beni pubblici contribuiscano
tantissimi cittadini comuni.
Tutte le panchine di Central Park – 240 ettari circa – sono
sponsorizzate dai cittadini.
Io non chiedo sponsorizzazioni, vorrei semplicemente un aiuto concreto,
giornaliero nella gestione del verde del Parco della valle del Lambro.
Negli ultimi anni, oltre ai lavori sugli archivi, abbiamo cercato di
riqualificare la zona – aperta a tutti - che va da Albiate a Carate.
La situazione è migliorata, soprattutto nel comune di Albiate
ma si può fare di più!
Serve a poco tempestare di richieste e solleciti la Pubblica Amministrazione
(vedi allegato n.1 e allegato
n.2) se i cittadini e le aziende continuano a sporcare.
Penso che tutti voi consideriate, giustamente, i vostri figli come la
vostra ragione di vita: loro saranno i fruitori di quell’area;
se gli insegnerete un po’ di educazione civica, che purtroppo
non è più da tempo nei programmi scolastici, farete sicuramente
il loro bene.
"Discorso di Eleonora Sàita
alla conferenza tenutasi all’inaugurazione della mostra sugli
archivi Airoldi/Caprotti il 14 aprile 2007.
Due
famiglie, due percorsi, un luogo: una mostra per Albiate
Scopo
della mostra è stato far uscire da un ambito eminentemente privato
e, dopo un accurato riordino, presentare in pubblico i documenti di
due famiglie di notevole importanza per il territorio e la comunità
di Albiate e non solo, e che hanno quale punto in comune la Villa San
Valerio, di proprietà Airoldi dalla metà circa del Seicento
alla fine dell’Ottocento, quando gli ultimi eredi Airoldi la vendettero
alla famiglia Caprotti.
Nella Villa San Valerio è stato ritrovato l’archivio Airoldi,
che il dottor Giuseppe Caprotti ha voluto far riordinare, e alla Villa
si trova pure l’archivio storico della famiglia Caprotti, anch’esso
fatto oggetto di un intervento di riorganizzazione. Due archivi, entrambi,
di grande soddisfazione per chi li riordina, assai remunerativi per
quella che è la per lo più ignota “fatica dell’archivista”,
ossia la vasta e approfondita preparazione, culturale e tecnica, l’attenzione
e l’esperienza, continuamente riviste e aggiornate, che occorrono
per riordinare e organizzare un archivio, non solo antico, in modo da
renderlo fruibile a chiunque ne voglia interrogare i segreti.
Dalle carte di entrambi gli archivi emerge la presenza che entrambe
le famiglie, nel proprio periodo storico e con le caratteristiche al
periodo legate, ebbero in Albiate e circondario, soprattutto in quanto
proprietari terrieri e famiglie socialmente importanti nella comunità,
tratti questi che, potremmo dire, costituiscono il binario di confronto
fra Airoldi e Caprotti.
Gli Airoldi furono casato d’importanza nella Milano spagnola,
soprattutto seicentesca; gli intrecci dei loro affari e negozi coprivano
l’intera penisola, e la loro opera di abili mercanti e finanzieri
li rendeva richiesti per alti affari dagli stessi sovrani europei, dal
re di Spagna all’imperatore d’Austria. I Caprotti invece
emersero nell’Ottocento quale realtà imprenditoriale a
livello locale, ma che nel suo piccolo portò avanti, come giustamente
scrisse il professor Roberto Romano, autore di un libro sull’azienda
Caprotti scritto proprio sulla base delle carte dell’archivio,
”un pezzettino di rivoluzione industriale”, con tutti i
traumi, le contraddizioni e le difficoltà che ciò poteva
presentare, portandola, a circa metà dell’Ottocento, da
semplice manifattura tessile ad azienda industriale meccanizzata nel
senso moderno del termine.
Entrambi, Airoldi e Caprotti, basavano però le proprie fortune
e la propria tranquillità economica non solo sul commercio, ma
anche sulla terra: investimento più o meno redditizio a seconda
dei periodi, ma sempre sicuro, una cassaforte posta dietro le spalle
a parare i rovesci della fortuna in altri settori.
Possedere la terra – tanta terra, come nel caso di Airoldi e Caprotti
– significava anche avere voce importante nelle comunità
ove queste terre si trovavano, esserne partecipi – Bernardo Caprotti,
a fine Ottocento, fu sindaco di Albiate – rivestire in essa un
ruolo non da poco e avere una precisa immagine sociale, non foss’altro
perché buona parte della popolazione locale lavorava e abitava
quelle terre, quindi pagava affitti, forniva manodopera e prodotti.
Nel caso dei Caprotti, poi, le persone potevano anche lavorare nella
loro azienda o per la loro azienda, oltre a essere contemporaneamente
loro fittavoli e contadini: tanto per dare una misura indicativa, alla
fine dell’Ottocento solo nelle cascine di Albiate e Triuggio i
nuclei familiari di quasi 900 persone che vi vivevano traevano il loro
sostentamento, totale o parziale, dalle coltivazioni di terreni appartenenti
ai Caprotti: e ancora per dare una misura, nel censimento generale della
popolazione italiana del 1881 gli abitanti di Albiate erano 1878.
La mostra ha inteso porre a confronto – ovviamente ciascuna nei
propri ambiti e nei propri secoli – due famiglie che significarono
molto per Albiate, esponendo documenti esemplari organizzati in due
percorsi speculari divisi per sezioni: la storia, la famiglia, l’amministrazione
di beni e proprietà, le figure pubbliche, quelle che possono
essere le specificità proprie dell’una o dell’altra
famiglia (le figure di due arcivescovi per gli Airoldi, l’azienda
tessile per i Caprotti). Una sezione conclusiva è stata dedicata
ad alcuni dei documenti più antichi ritrovati nei due archivi,
di cui alcuni veramente di pregio.
Discorso
del Prof. Gianvittorio Signorotto (Università
di Modena e Reggio Emilia) alla conferenza tenutasi all’inaugurazione
della mostra sugli archivi Airoldi/Caprotti il 14 aprile 2007
Gli
Archivi delle famiglie Airoldi e Caprotti, conservati nella Villa San
Valerio di Albiate, costituiscono un deposito documentario di rilevante
interesse storico, ed è significativa l’attenzione del
pubblico e delle istituzioni nei confronti della mostra che oggi, grazie
all’iniziativa e all’impegno del dottor Giuseppe Caprotti,
stiamo inaugurando.
L’importanza di questa documentazione dev’essere valutata
alla luce dell’attuale congiuntura degli studi storici sulla Lombardia
in età moderna. Gli approfondimenti degli ultimi venticinque
anni sul sistema della monarchia cattolica hanno evidenziato l’importanza
decisiva dello Stato di Milano nell’ arco cronologico dell’età
spagnola, sollecitando una proficua revisione della tradizione storiografica,
imperniata sulle categorie di decadenza economica, immobilismo politico,
chiusura culturale. Questo ripensamento ha fatto propria la consapevolezza,
già avvertita a partire dagli anni Settanta, che uno studio della
nobiltà, attento alle sue diverse declinazioni e affrancato da
intenzioni apologetiche o da pregiudizi di matrice ideologica, sia indispensabile
per un progresso delle conoscenze sull’antico regime. Sono emersi
così fatti e personaggi di rilievo europeo, dinamiche economiche
e politiche, correnti culturali e religiose che la ricostruzione tradizionale
della “Lombardia spagnola” – vero antimito nella storia
e nella memoria pubblica italiana – aveva trascurato.
Dagli archivi nobiliari gli studiosi hanno saputo trarre elementi utili
a incrinare la vecchia lettura antispagnola, mostrando l’interagire
tra la corte e i Consigli della monarchia e le elite degli stati che
ne facevano parte. É emersa, in sostanza, la competizione politica
che caratterizzava la corte, dove le rappresentanze corporative e cetuali
lombarde facevano sentire le loro richieste esercitando così,
al pari di tante altre forze “periferiche”, un condizionamento
costante sul centro decisionale del sistema. Le carte della famiglia
Airoldi, che sulla scena della Lombardia spagnola ebbe un ruolo economico
e politico di primo piano, renderanno possibili nuove acquisizioni su
vicende non secondarie di quell’epoca. Già in età
ducale alcuni membri della casata avevano raggiunto posizioni di prestigio,
ma il personaggio cruciale nell’affermazione della casata fu senz’altro
Marcellino, che nel 1647 acquistò il feudo di Lecco con il relativo
titolo di conte. La sua biografia è esemplare, perché
mostra come fosse possibile anche a una famiglia di uomini d’affari
(non aggregata a quel patriziato milanese che monopolizzava gli uffici
pubblici) l’ascesa alle massime cariche dello Stato. Tale affermazione
si può comprendere considerando il ruolo cruciale, dal punto
di vista politico e militare, che il Milanesado aveva assunto nel quadro
della guerra dei Trent’anni e dello scontro tra le monarchie per
l’egemonia sul continente.
Per la corona cattolica, gli hombres de negocios lombardi attivi sui
mercati internazionali, disposti a fare grossi prestiti e ad investire
nelle rendite dello Stato, furono un alleato decisivo; dal canto loro,
essi conseguirono posizioni sociali e politiche fino allora riservate
al patriziato e alla nobiltà titolata. Questo processo maturò
negli anni Quaranta e Cinquanta del Seicento, i più terribili
per la monarchia spagnola e per lo Stato di Milano, invaso a più
riprese dai francesi e dai loro alleati italiani. Gli Airoldi prestarono
i loro servizi alla corona in cambio di onori e mercedi, ed entrarono
a far parte della rete di clientele costruita da Bartolomeo Arese, il
maggiore garante della stabilità politica e della fedeltà
alla Spagna.
Grazie all’attività finanziaria di Marcellino, il fratello
Cesare nel 1649 ottenne la carica di tesoriere generale, che poi sarebbe
passata ad altri membri della famiglia. Ma non possiamo trascurare che
un altro fratello, l’abate Giacinto, trasferitosi a Roma garantì
alla famiglia quella presenza nella corte papale che avrebbe reso possibile
la carriera di Carlo Francesco Airoldi. Le carte di quest’ultimo,
nunzio pontificio a Bruxelles (dal 1668) e in seguito a Firenze e Venezia
aprono squarci interessanti sulla storia Europea del XVII secolo; si
pensi che fu inviato a Londra nel 1670, quando il papato sperava di
poter ricondurre la corona inglese all’obbedienza cattolica.
Aggiungiamo che nell’Archivio Airoldi si può trovare anche
una parte di storia della Sicilia, visto che dopo il trasferimento nell’isola
di Giovanni Battista (1699), anch’egli appartenente al ramo dei
conti di Lecco, altri membri della famiglia vi ebbero un ruolo sociale
e politico rilevante. Ma l’importanza di queste testimonianze
deve essere valutata anche per la loro continuità nei secoli
XVIII e XIX, fino all’acquisto della villa di Albiate da parte
dei fratelli Caprotti (1893 e oltre). Vi è qui traccia della
vita e delle scelte di individui, uomini e donne, nel loro rapporto
documentato con strategie di successione, interessi economici, politici
e culturali, lungo un percorso che porta dall’Italia degli antichi
Stati, dei privilegi nobiliari e delle giurisdizioni feudali, fino al
mondo borghese e imprenditoriale dell’Italia moderna.
"Discorso
del Prof. Marco Bologna alla conferenza tenutasi all’inaugurazione
della mostra sugli archivi Airoldi/Caprotti il 14 aprile 2007.
Le famiglie sono state i centri propulsori di tutta
l’attività economia e commerciale dell’Antico regime
ed in particolar modo in Italia dal XIV secolo sino a Napoleone.
L’economia e la finanza restano saldamente nelle mani delle famiglie
oligarchiche che, se non sempre e solo in alcuni stati preunitari detengono
anche poteri di governo, fanno comunque parte della ristretta cerchia
di persone che o per prestigio o per potere, se non per entrambi, costituivano
il ceto dirigente e attivo della società.
La posizione dell’oligarchia politica e patrimoniale era garantita
da un sistema di governo e da alcuni istituti giuridici, come il fedecommesso
(grazie a cui una parte di patrimonio veniva resa inalienabile, e trasmessa
per via testamentaria secondo un ordine di successione predefinito,
al fine di evitare uno smembramento del patrimonio di famiglia attraverso
la divisione ereditaria), che assicuravano la trasmissione dei patrimoni
di generazione in generazione senza che potessero essere intaccati ed
una controllata possibilità di ascesa sociale idonea a mantenere
valide le capacità imprenditoriali del gruppo egemone.
L’organizzazione di queste famiglie oligarchiche consentiva, e
quasi incentivava, l’attività economica e finanziaria anche
esterna ai confini politici dello Stato di appartenenza. Il sistema
produttivo della ricchezza di quelle famiglie richiedeva la possibilità
di accedere ad una efficiente rete informativa estesa a tutta Europa
ed al Mediterraneo sulle diverse occasioni di affari. L’organizzazione
interna della famiglia oligarchica prevedeva pertanto che vari suoi
componenti risiedessero nelle piazze finanziarie più interessanti
efossero presenti nei centri di governo maggiori, come Roma, Parigi,
Vienna, Madrid, Londra ed in tantissime altre località utili
per lo sviluppo delle attività specifiche della famiglia.
Nello svolgimento di queste attività la famiglia si muove sempre
e comunque secondo le procedure e le leggi dello Stato in cui ci si
trovava ad operare e si adatta prontamente ai mutamenti politi o finanziari
che avvengono nelle diverse sedi.
Queste famiglie, pertanto, sono spesso sovranazionali ed europee ed
è facile trovare nei loro archivi lettere provenienti dalle più
svariate parti d’Europa, o registrazioni contabili per i più
diversi impieghi commerciali e finanziari.
Durante tutta l’età moderna le famiglie sono inoltre i
maggiori committenti di opere d’arte, sia per le proprie residenze,
sia per le istituzioni religiose. Sono il sostegno di tutte le attività
assistenziali e benefiche; costruiscono palazzi, strade, villaggi, popolano
aree disabitate, amministrano la giustizia, distribuiscono ricchezza
e creano lavoro.
La fine dell’Ancien régime comporta la modifica radicale
del ruolo di quelle famiglie all’interno della società
europea. La maggior parte di esse perde l’intero patrimonio durante
il periodo rivoluzionario prima e poi napoleonico, di fatto si estinguono
o scompaiono dalla ribalta che per secoli le aveva viste protagoniste.
Solo alcune famiglie antiche proseguono a ricoprire un ruolo significativo
grazie a specifiche circostanze e a particolari capacità di chi
le guidava in quel periodo. Quando ciò accade quelle famiglie
continuano ad accumulare documentazione sulle loro attività e
sulle diverse procedure poste in atto per svolgerle in modo idoneo e
profiquo.
Iniziano ad essere raccolte le carte della gestione delle “aziende”.
Gli archivi familiari proseguono: sono in genere limitati al settore
dell’attività economica e sono concluse le serie collegate
al governo e all’attività internazionale, ma l’archivio
si accresce con rinnovati tipi di documenti e metodi di conservazione.
Cambia il tipo di materiale che si sedimenta negli archivi di quelle
famiglie, ma l’archivio prosegue e, a volte, continua ad accrescersi
sino ai giorni nostri, testimoniando sempre più la gestione del
patrimonio di ogni singolo proprietario piuttosto che la continuità
di quella gestione e la trasmissione agli eredi: diviene l’archivio
di una persona e non più di una famiglia. Dalle famiglie e dai
loro patrimoni nascono le imprese come nuova forma di attività
economica e finanziaria utile per mantenere le posizioni sociali acquisite
o per conquistarle. Emergono con sempre maggiore frequenza personalità
nuove, anche non collegate a famiglie di passato prestigio
Airoldi
Notevoli capitali liquidi
Potevano offrire alla Corona le somme necessarie
In cambio ottengono effetti camerali, ossia i diritti di amministrazione
su territori di pertinenza della Regia Camera
Oculata politica di rapporti finanziari e di matrimoni
Tesorieri generali dello Stato di Milano dal 1650 al 1751 - attività
principale
Giro ‘finanziario’ Spagna-Sicilia-Milano con al centro Genova
Rapporti con Pallavicini di Genova - Rendite di Sicilia - Rapporti con
Francisco de Mello, Viceré di Sicilia (figura centrale)
La ‘Guerra dei trent’anni’, occasione di un trasferimento
di diversi milioni di scudi dalla Sicilia a Genova, Milano e le Fiandre
-1640- Interessi in Sicilia con Arata a Palermo, Oldoino tesoriere generale
a Palermo e Airoldi a Milano. Cessioni di rendite di imposte e di diritti
e di numerosi crediti (anche spagnoli) ai Pallavicini. Gio Agostino
Arata detiene la concessione della carta bollata per la Sicilia e da
lui Francisco de Mello ottiene un prestito che gira attraverso Francesco
Oldoino - tesoriere generale - a favore di Marcellino Airoldi (ossia
i soldi vanno dalla Sicilia a Milano). Questi si fa anticipare la restituzione
della somma da Paolo Gerolamo I (in Sicilia dal 1646 al 1656)e Angelo
Pallavicini che, in questo modo, divengono creditori della Regia camera
dell’importo che verrà loro rimborsato con la cessione
delle isole Egadi (i soldi vanno da Milano a Genova).
Beni in Lecco e in Bellagio - rapporti con gli Sfondrati, conti della
Riviera, maggiori feudatari locali
Limitato rilievo in ambito ecclesiastico
A fine Ottocento il ramo siciliano, senza più legami con Milano,
vende i beni ai Caprotti
Caprotti
Tipica famiglia lombarda, sorta e cresciuta per lavorare.
Impresa, ma anche grandi proprietà terriere che, alla fine, furono
le reali artefici del prestigio e della forza economica della famiglia.
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