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Esselunga, la GD, il tricolore e l’italian sounding.

Il 17 marzo, anniversario dell’Unità d’Italia (1861- 2011), il tricolore è apparso un po’ ovunque. Ancora oggi, a distanza di un mese, è appeso su molti pennoni della penisola.

La nostra bandiera, ancora qualche anno fa, era considerata un simbolo di destra e adesso invece, con le note de “l’elmo di Scipio”, è di gran moda tra gli italiani.

Negli ultimi mesi il nostro patriottismo, mischiandosi a volte all’economia e al marketing, è cresciuto e si è manifestato a dismisura, in modi diversi.

Il 27 marzo mattina un gruppo di corridori della Stramilano passando sotto alle finestre di casa nostra (*) ha cantato a squarciagola l’inno di Mameli.

Era dai tempi delle ore di canto delle elementari che non si sentiva un simile fervore nell’esecuzione dell’inno, relegato da tempo a qualche cerimonia ufficiale e all’inizio delle partite giocate dall’Italia.

(*) Li abbiamo uditi, pur stando al quarto piano.

Qualche anno fa c’era chi avrebbe voluto sostituire “Fratelli d’Italia” con il coro del Nabucco di Giuseppe Verdi. Invece nei giorni scorsi il nostro inno è stato proposto, per parecchi giorni, su Radio Rai1 in una piacevole versione di Giovanni Allevi.

Il nostro “patriottismo” si è manifestato anche nell’economia:
la testata The Economist datata 26 marzo ha sottotitolato a pagina 64 che l’offerta di Lactalis per Parmalat ha offeso l’orgoglio nazionale italiano (“A french bid for an Italian dairy giant offends national pride”);

il 18 marzo Il Sole 24 ore ha quantificato, per il giorno 17 la pubblicità “tricolore” in 5 milioni di € aggiuntivi rispetto ai normali incassi di settore che quel giorno .

Grazie alla festa per i 150 anni dell’Unità d’Italia, i proventi pubblicitari sono stati paragonabili ad una giornata pre-natalizia.


Probabilmente con le pubblicità successive gli introiti sono stati decisamente superiori.
Tante aziende italiane e non, da Autogrill a Superga, Peroni, Beretta, Ferrero, Fiat, Conad o Lidl si sono scatenate in messaggi tricolori.


Se si restringe il campo, guardando solo la GD, si scopre che non siamo affatto di fronte ad una novità: da anni, nelle varie pubblicità di settore si trova molto spesso il tricolore, sotto ai prodotti evidenziati nelle pagine o nei volantini.

In questi messaggi si sono cimentate quasi tutte le aziende della GD: da Iper a Auchan, passando da Billa a Carrefour .



Ci sembra buffo che un’impresa francese, con un nome transalpino, che ha nel suo logo i colori della propria bandiera (blu, bianco e rosso), evidenzi l’italianità dei propri prodotti.


Ikea che ha i colori della Svezia nel proprio logo promuove, secondo noi un po’ più coerentemente, i prodotti alimentari del proprio paese.

Comunque da dove viene questa “mania” della GD per il tricolore?

Tra le prime aziende che hanno espresso l’italianità dei propri prodotti c’è stata sicuramente la tedesca Lidl che ha manifestato, con delle pagine pubblicitarie di qualche anno fa, quelli che sembravano essere i problemi di accettazione da parte del pubblico di una proposta che per anni si è focalizzata solo su prodotti provenienti dalla Germania.

Altre aziende della GD hanno seguito il suo esempio.

Pensiamo però che la prima azienda ad aver introdotto il concetto di italianità, inserendo il tricolore sui propri prodotti, sia stata Esselunga nel 1999 con il lancio del biologico.

Nel bel mezzo di una situazione di instabilità dovuta a diverse crisi alimentari - es.: i polli alla diossina o la BSE - a cui abbiamo già accennato brevemente ( vedi articoli sul bio e su Coca- Cola ) abbiamo deciso (*) di mettere il logo “prodotto in Italia” sul retro delle confezioni dei prodotti Esselunga Bio fatti in Italia.


Questa etichetta è del 1999: proporre latte biologico tedesco non avrebbe avuto senso, i nostri consumatori non l’avrebbero mai comprato.

(*) il dottor Arnoldi- allora dir. CQ Esselunga - ed io.


Abbiamo continuato apponendo il tricolore anche sui volantini e sulle pagine di giornale


Il tricolore è presente sui volantini Esselunga da almeno una decina di anni


Questa pagina è del 2003 ed è ispirata alle affiches di Esselunga degli anni ’80.

Questa manifestazione di italianità che mirava a rassicurare il consumatore fu adottata anche alla fondazione della “nostra” Centrale di acquisti, ESD che ebbe un logo tricolore studiato dall’agenzia Armando Testa.

Il logo di questo biglietto da visita è del 2001

A distanza di una dozzina d’anni la giustezza di queste scelte “tricolori” sembra confermata non solo dal patriottismo degli italiani ma soprattutto dal contesto di insicurezza causato dai continui allarmi alimentari: la crisi della diossina nelle uova carni e latte è del gennaio 2011.

A questa è seguita, quasi contemporaneamente, la procedura “taglia – leggi” che ha abolito la legge 283 del 1962 sulla tutela degli alimenti.

Il Corriere in quell’occasione ha titolato: “Cibi adulterati, non è più reato. Sparite le pene per chi vende cibo avariato”.

L’italianità dei prodotti non è una garanzia in sé ma, in un contesto sempre più instabile, l’apposizione del tricolore sui prodotti piace, rassicura e fa vendere di più.

I prodotti italiani piacciono sempre di più all’estero e , anche lì, il tricolore viene sbandierato in modo crescente da qualche distributore come Conad e soprattutto da produttori italiani e non, che producono prodotti italiani o che potrebbero sembrare fatti in Italia


Quanto grano italiano contiene questa confezione comprata in Svizzera e appositamente impostata per la vendita all’estero?

In conclusione se secondo il ministro Romano, citato da Il Sole 24 ore dell’8 aprile 2011, “la competizione deve avere regole valide per tutti: primo, l’effettiva provenienza dei prodotti, quindi dell’italianità”. Nella realtà tutto ciò diventa inapplicabile se si pensa che il 60% del latte della Parmalat è tedesco o se è vero che 5 cosce di suino su 6, trasformate in prosciutti in Italia, sono nord europee o cilene - come ha affermato Coldiretti nella puntata di Report della Gabbanelli di lunedì scorso.

Le nostre cifre a questo proposito sono diverse da quelle di Coldiretti, v. l’articolo “Le certificazioni Dop e Igp e il consumatore” su questo sito, ma evidenziano anch’esse che questo ormai è un paese di trasformatori di cibo che usano materie prime , in molti casi, prevalentemente estere.

Quindi se si considerano come italiani solo i prodotti fatti con materie prime italiane e trasformati in Italia, molti dei responsabili per quelli che vengono bollati con disprezzo dall’opinione pubblica come prodotti italian sounding (*) sono da ricercare nel nostro paese, non all’estero.

Giuseppe Caprotti

(*) alimenti generalmente prodotti all’estero, a cui è stato dato un appellativo simile all’originale con cui però non hanno nulla a che vedere dal punto di vista qualitativo (es.: parmesao in Brasile che richiama il parmigiano).

In sintesi prodotti pseudo - italiani, che “suonano” come italiani ma che non lo sono.

Federalimentare calcola a 26 miliardi di € l’ “italian sounding business” solo nell’Unione Europea.

La Confederazione Italiana Agricoltori stima i danni da cibo italian sounding a 60 miliardi all’anno.

Per entrambi i dati v. dispaccio Ansa 17 settembre 2010.